Chi ha paura della Lingua sarda?

La discussione in corso – anche nel sito di Sardegna Democratica – dice che la lingua sarda è ancora capace di scaldare gli animi. E non solo per i versi di padre Luca, di Mereu, o di Lobina. Ma per quel fiume carsico, oggi una piena, che attiene la vasta geografia della lingua sarda. Didattica, utilizzo, programmazione, fondi pubblici, gestione degli stessi. Provo a semplificare.

I protagonisti. Nella querelle: cultori della lingua sarda, pasdaran de sa limba, insegnanti militanti del multilinguismo, accademici che scrivono in limba apologie del loro ateneo, funzionari, addetti agli sportelli linguistici, professori prestati alla politica, cittadini sardofoni, figli di emigrati, anche di terza generazione neanche italianofoni, che hanno imparato sa limba nei circoli degli emigrati.

Le questioni. E’ legittimo pretendere che la lingua sarda si insegni con gli stessi metodi utilizzati per le altre lingue (veicolarità e CLIL) ? E bandire i metodi dei miei insegnanti di francese, universitari di lungo corso in Giurisprudenza (sic!), che forse sapevano un po’ di grammatica ma ci dettavano le parole come erano scritte! E chissà per quanti Citroen si pronuncerà per sempre Citroen.
E dunque chi insegna a chi? Ed in base a quali titoli? E le università sono attrezzate e disponibili? E se no, che fare? E se no, ci sono altri soggetti e luoghi deputati? Ma se sì – come è – perché in tanti paventano il contrario? L’università deve essere l’avanguardia anche del movimento linguistico.

E’ legittimo condividere ed adottare norme ortografiche unitarie (Lingua sarda comuna) nella redazione di documenti in uscita della P.A. ed evitare lo spontaneismo? Di conseguenza negli Sportelli linguistici utilizzare la Lsc nei documenti in uscita ma anche la variante del luogo con gli utenti sardo parlanti. Accade diffusamente (70% degli
uffici comunali) con il buon senso e la capacità dei tanti operatori (fino a 500) perché hanno la certezza di una politica linguistica.

E’ legittimo separare la lingua sarda (parlare, scrivere, grammatica, glottologia, filologia, letteratura etc.) dall’arcipelago dei saperi relativi alla Sardegna (archeologie, geologia, geografia, antropologia, architettura etc.)? Certo che sì. Avviene ovunque con cattedre ed insegnamenti relativi a campi disciplinari declinati in specializzazioni che né utenti né accademici si sognano di confondere.
E’ la compartimentazione dei saperi.

E’ legittimo dotarsi di una programmazione e verificarla? La risposta è implicita. Nel 2008, anno dedicato dalle Nazioni Unite alle lingue da salvare, la giunta Soru varò il primo Piano triennale della lingua sarda 2008-2011, frutto di un’approfondita analisi e condiviso dal Comitato e dai mondi del movimento linguistico. Finalmente obiettivi esplicitati e finanziamenti finalizzati. Un Piano che superava l’andazzo dei fondi regionali della L.26/1997 (“Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”) e quelli
statali della L.482/1999 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”) dispersi in mille rivoli, comprese cattedre e ricerche variamente titolate.

Non è forse tempo che la lingua sarda sia uno dei principi di individuazione della comunità regionale e non l’alibi per un bancomat a flusso continuo? Il Piano si fonda su un paradigma: la lingua sarda, come il paesaggio ed il patrimonio culturale, è un bene comune non negoziabile. Connota l’appartenenza.

Perché tanti malumori tra soggetti che dovrebbero cooperare e condividere percorsi? Chi ha paura della lingua sarda? Chi ha paura di una politica linguistica programmata e pianificata? In tutto questo dov’è l’assessore Milia? Dica qualcosa. In sassarese, se vuole. Ma parli! L’Ufficio regionale per la lingua sarda deve stare dov’è. E sono anche del parere che l’utilizzo della Lsc debba essere sottoposto a verifica come d’altronde tutte le attività previste dal Piano triennale. Se la valutazione (con valutatori indipendenti) dell’operato della P.A. fosse prassi molte discussioni sarebbero superflue e, soprattutto, prevarrebbe la continuità amministrativa.

La politica linguistica del Piano triennale ha superato il vuoto di decenni. Tra le positività ne cito qualcuna di interesse generale. Le opere didattiche per l’apprendimento della lingua sarda per i bambini. Le traduzioni di opere per bambini ed adulti. Sarebbe felice Michelangelo Pira che sperimentò le traduzioni e la loro efficacia. I cartelli, le cartine, le mappe in lingua sarda nei nostri paesi. L’Atlante linguistico e topografico. La videoregistrazione per 30 minuti, in ogni comune della Sardegna, di un ultrasettantacinquenne.
Documentate varietà linguistiche e fonetiche. Lavoro capitale che l’attuale giunta non ha voluto valorizzare. Decàde d’altra parte anche la Sardegna Digital Library, pluripremiato corpus della memoria storica della nostra isola.

Siti e blog in lingua sarda sono diffusamente presenti nella rete. Nei media si è superata la fase sperimentale e si è nella normalità del quotidiano. La Rai utilizza la lingua sarda in radio grazie ad un accordo che è stato rinnovato. Che ognuno parli come sa e può. La lingua sarda veicolare e curricolare è realtà nella scuola. Molti i casi di trilinguismo (sardo, italiano, inglese) perché il multilinguismo sviluppa ed amplia abilità cognitive specie nelle prime fasi di apprendimento. Dove ci sono sardi di famiglie extracomunitarie
si é vista la multiculturalità del futuro prossimo venturo.

Ma i fondi per l’inglese sono stati cassati e diminuiti quelli per la lingua sarda. Quelli di supporto alle autonomie scolastiche per consolidare le competenze di base, specie nella comprensione del testo – secondo gli standard Ocse Pisa – sono stati eliminati! Dove sono il Consiglio regionale e la Commissione cultura? Dove è la cosiddetta società educante?

Antonio Gramsci sognava per il figlio di Teresina quel multilinguismo che oggi nuovamente fatica in Sardegna. Il premio Nobel Elias Canetti lo visse in prima persona. Lo dettaglia nel primo volume della sua autobiografia “La lingua salvata”, scritto in tedesco imparato dopo lo spagnolo e l’inglese. E soprattutto dopo la lingua-madre appresa nell’affabulazione famigliare. Un antico giudaico-catalano cristallizzato nello scorcio del XV secolo quando gli ebrei sefarditi furono cacciati da Barcellona. Perdettero la patria ma non la lingua. Grazie ad essa non si perdettero.

Chissà se i sardi, di dentro e di fuori, nello stato presente di declino della nostra regione, verranno salvati dalla loro lingua salvata che salverebbe, malgrado loro, anche quelli che la negano.

L’ultimo atto che Renato Soru firmò, dimettendosi da presidente della Regione, fu una proposta di legge sulla lingua sarda. E’ tempo di riproporla. Sarebbe un gesto risarcitorio in una legislatura sprecata su cui pende un giudizio fin qui inappellabile.

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